Sere di Festa

 

11 agosto 2016

Questa ve la devo proprio raccontare!

 

So che è tardi e che sarete già tutti a letto ma non posso resistere!
Dunque: stasera un mio amico mi ha invitata ad una delle solite feste di campagna.

Sono uscita con poca voglia, devo dire, dopo un anno di lavoro sono proprio stanca e avrei preferito mettermi in poltrona a leggere tranquillamente il mio libro. Poi ho pensato che sto diventando una musona da manuale e così: via! Mi sono preparata e sono partita per una serata che, pensavo, sarebbe stata piuttosto sottotono.

 

   

 

Oltre al mio amico d’infanzia Cecco c’erano dei suoi conoscenti e cioè un signore di 84 anni appena uscito da una brutta operazione con la moglie altrettanto malandata. All’ultimo momento si sono uniti il fratello 83enne di lei con la moglie. Ommammamia aiuto! Perché non ho accampato qualche scusa?

 

   

 

A tavola cibi sopraffini, come sempre in questi luoghi, e il solito Lambruschino che va giù fresco e apparentemente leggero come l’acqua ma che immancabilmente cambia in pochissimo la temperatura emotiva della compagnia!

 

   

 

Ebbene, il Signor Enzo (83 anni) dopo qualche bicchierino comincia a raccontare storie del 1946 quando era un ragazzino e d’estate faceva il raccattapalle al circolo del tennis. E allora ecco qua: i racconti emiliani hanno ricominciato a esprimere tutta la loro magia che, un’altra volta ancora, ha provveduto a coinvolgerci e ad avvolgere tutti! Aneddoti succosi raccontati in dialetto, in perfetto stile Fellini, storie tali da far soffocare dalle risate!

 

 

 

Dovete sapere che il dialetto salsese ha la particolarità di cercare la parola precisa per esprimere un concetto nel modo più buffo e sorprendente possibile. In questi posti l’intento principale è trovare la maniera per divertirsi, sempre, comunque e nonostante gli insulti della vita che colpisce qui esattamente come in tutti gli altri luoghi al mondo. Trovare il modo per ridere e sdrammatizzare sempre e   con qualunque cosa si abbia a disposizione, che sia un aneddoto piccante o un fatto buffo o anche solo il modo di costruire una frase.

 

 

 

 

Così eccoti i racconti del maestro di ballo liscio, tale Cùpla (con la U francese) che di mestiere faceva il camionista e aveva “dù sabli acsè (due piedoni così)” e che, nonostante i “dù sabli”, appena si presentava con il frac e iniziava a danzare, “par cal vula (sembra volare)” e “ ‘l va me un guindol (va come un guindolo –l’attrezzo usato per battere il grano)”.

 

   

 

E poi il Pià che andava a lezione di ballo liscio ma non imparava nulla perché “aveva urìcia brisa brisa (non aveva orecchio niente niente)”

 

 

 

 

E il Pepo, l’organizzatore dei campi da tennis e capo bagnino in piscina, che metteva da parte le bottiglie di vino che gli regalavano e, quando pioveva, le tirava fuori, tanto se piove non si gioca a tennis né si fa il bagno, e preparava da mangiare per tutti. Finiva, e finisce, sempre nello stesso modo: sia nel 1946, sia quando ero ragazza, sia adesso: dopo ogni avventura ci si riunisce intorno a un tavolo, si prepara da mangiare e da bere e si racconta ciò che è successo nel modo più fantasmagorico e rocambolesco possibile. 

 

 

 

Come per i pescatori, ad ogni ripetizione il fatto diventa più sorprendente, l’avventura più incredibile e fantasiosa, il divertimento più fluorescente in un crescendo irresistibile, in una gara a chi la spara più grossa e fa più rotolare dalle risate.

 

 

 

Come si fa a non amare perdutamente questi luoghi baciati dalla fortuna? Come si fa a vivere lontano da qui e ad accettare che la vita sia normale e grigiastra quando sai perfettamente, per averlo vissuto più, più e più volte, che per rendere la vita ogni giorno veramente fantastica basta davvero tanto poco?