Carl Rogers: una conversione necessaria

© Arabella Salvini
© Arabella Salvini

Ho fatto la maestra di nuoto per 17 anni e sono stati 17 anni a dir poco entusiasmanti.

Fare la maestra di nuoto però introduce un certo numero di cambiamenti significativi nel tuo comportamento.

 

Per esempio ti costringe a imparare velocemente a parlare a voce molto alta (altrimenti i bambini in acqua non ti sentiranno), a ridurre le frasi all’essenziale (non è utile quando un bambino è in difficoltà e fatica a stare a galla o sta rabbrividendo dal freddo inoltrarsi in lunghe, minuziose e dettagliate spiegazioni), a usare principalmente l’imperativo (tipo: “Gigi batti i piedi!” oppure “Alice allunga il braccio!”), a essere pronta a scattare in aiuto di chiunque si trovi in difficoltà anche dall’altra parte della vasca (anche quando sei oziosamente in vacanza al mare), ad avere occhi che vedono a 360 gradi contemporaneamente, a trovare soluzioni per qualunque tipo di crisi in un battito di ciglia e molto altro ancora.

 

Dopo molte ore al giorno per molti giorni consecutivi in piscina, senza che tu te ne accorga, questo modo di rapportarti agli altri diventa il tuo modo abituale di vivere, anche al di fuori dall’ambito lavorativo e specialmente nei momenti di difficoltà. Cioè, nel mio caso: parlavo a voce alta, usavo l’imperativo, sintetizzavo troppo, ero in perenne allerta, suggerivo, anzi, ordinavo soluzioni a tutti.

 

Sempre. Per me questo era vivere, amare e “aiutare”.

 

Inutile dire che questo approccio non piace a nessuno. Sia i membri della mia famiglia sia i miei amici spesso si lamentavano della mia presenza ingombrante, della mia abitudine a sostituirmi agli altri, della mia irruenza, della sensazione di sentirsi scavalcati e poco rispettati.

Ed io? Vivevo una vita faticosissima! Sempre impegnata a farmi carico di problemi non miei così da dover trascurare quelli che, invece, erano miei. Per di più mi sentivo un’incompresa: ma come? Io ero sempre presente, ero sempre disponibile a farmi carico di tutto e di tutti, avevo sempre un “buon consiglio” per chiunque e venivo ripagata con espressioni di fastidio. Mi sentivo rispondere “Piantala di fare la maestrina” e ogni volta questa frase mi stupiva e mi addolorava: non era affatto mia intenzione fare la maestrina! Non sono mai stata convinta di avere sempre ragione né di essere migliore degli altri. Se intervenivo era semplicemente il mio modo di suggerire opzioni e di esprimere “Per me tu sei importante, faccio tutto quello che posso per sostenerti e per aiutarti. Conta pure su di me.”

 

Poi mi sono imbattuta nel pensiero del dott. Carl Rogers e il mondo è cambiato!

Ho scoperto che nelle relazioni potevo smettere di indossare i panni di “colei che aiuta”, panni peraltro pesanti come macigni e scomodi oltre il pensabile. Senza contare l’”effetto pressa”, la sensazione di solitudine e di incomprensione che questo modo di fare innesca negli altri. Questo semplice permesso, che nel tempo e con tanta fatica sono riuscita a darmi, ha letteralmente trasformato e alleggerito la mia vita!

 

Ho scoperto che io sono responsabile solo della mia vita, non di quella degli altri.

Ho scoperto che lasciare la libertà alle persone con cui sono in relazione di esprimere il proprio pensiero, invece che scattare nel reperimento immediato di un buon consiglio, facilita la comunicazione, alleggerisce me e porta i diretti interessati, incredibilmente, alla soluzione del problema.

Ho scoperto che nessuno vuole veramente che io trovi delle soluzioni al posto suo, nemmeno le persone che lo chiedono espressamente. Che se permetto a chi mi sta di fronte di esplorare, rispettandone i tempi, la situazione in tutte le sue sfaccettature questa persona troverà da sé la comprensione esatta del suo stato e, di conseguenza, una soluzione originale al suo problema.

 

Questo è il solo, vero, rispettoso aiuto che io posso permettermi di dare.

Un aiuto fiducioso delle capacità, della libertà e del valore dell’altro.
Un aiuto che rende onore alla dignità di ogni persona.

 

Anni fa in un libro avevo letto che il bravo insegnante è colui che riesce ad insegnare ai suoi allievi facendo sì che essi non perdano mai il rispetto di se stessi. Il libro era un romanzo di nemmeno troppo pregio ma quella frase aveva risuonato profondamente in me e mi aveva commossa. Avevo immediatamente compreso che quella era la strada, che quello è il modo per stare bene con gli altri e con se stessi. Però non sapevo davvero come metterla in pratica.

Per una persona come me, con un imprinting come il mio non è stato facile cambiare, anzi lo sto ancora facendo. Ancora oggi ci sono situazioni in cui l’urgenza, la paura o la profondità della crisi fa emergere la vecchia Maria Chiara che scatta per risolvere nel più breve tempo possibile qualsiasi situazione.

Però ho imparato anche che, invece di giudicare e reprimere questa mia capacità, posso onorarla perché in certi casi può essere preziosa. Devo solo stare attenta a non farla diventare pervasiva.

Carl Rogers diceva: “Quello che sono va bene, a patto che io riesca ad esserlo”.

Non posso immaginare niente di più incoraggiante, di più fiducioso e di più amorevole. E voi?